“L’acquedotto vive al momento che ha cessato di portare l’acqua”1 . Con questo aforisma, l’architetto ticinese Luigi Snozzi usava introdurre all’Architettura gli studenti del primo anno della Facoltà di Architettura di Alghero, al loro primo giorno di lezione.

Dietro questa frase si cela un concetto molto sentito nel dibattito architettonico, vale a dire il rapporto tra forma e funzione : l’aforisma intende evidenziare come la funzione in architettura debba intendersi come un qualcosa di non definitivo, e come certe strutture di conseguenza possano perderne quella originaria; tuttavia alcuni edifici, nonostante questa perdita, continuano a “sopravvivere” a testimonianza di come la funzione non basti per giudicare una buona architettura. Questo concetto rappresenta la base di partenza ideale per l’argomentazione di un tema per certi versi strategico e fondamentale in quelle politiche sostenibili2 di miglioramento delle situazioni urbane: stiamo parlando del riutilizzo degli edifici e in generale della riqualificazione delle aree abbandonate.

Gli interventi di restauro, di riuso e di riqualificazione del patrimonio esistente costituiscono, intesi come un unico modus operandi , una sfida per l’architettura contemporanea, una possibilità per riscattare il passato e veder nascere da questo delle nuove creazioni architettoniche.

Poiché il territorio non è, contrariamente a quanto si sia pensato in tempi passati, una risorsa infinita, sostenibilità significa anche non sottrarre altro spazio utile, non occupare altro suolo e non sprecare altra energia3 . Riutilizzare gli edifici, e in generale ripensare le situazioni abbandonate e dismesse, è quindi la chiave per mettere in moto una rigenerazione che muova i suoi caratteri distintivi da quello che è già presente.

Ex cementificio di Scala di Giocca – novembre 2015

Nell’organizzazione delle città, da sempre alcune funzioni sono state “escluse” volutamente dal tessuto urbano per svariati motivi: pensiamo ad esempio alle aree cimiteriali, agli stadi e agli impianti sportivi in genere, alle strutture detentive, alle aree industriali. In conseguenza allo sviluppo urbanistico dei centri urbani, che per certi versi è stato determinato e compromesso da scelte politiche anziché tecniche, questi punti caldi del territorio sono entrati a far parte dei nuclei contemporanei a causa dell’espansione incontrollata verso queste aree, un tempo periferiche, ma che oggi rivestono dal punto di vista della localizzazione un ruolo di primo piano nelle nuove organizzazioni degli spazi; in concomitanza a questo processo di inglobamento da parte delle città, nella maggioranza dei casi queste funzioni hanno di fatto cessato la loro attività.

Come diceva Aldo Rossi, un fatto urbano che è intrinsecamente determinato solamente dalla sua funzione, non sarà più fruibile come elemento cittadino, ma se perduta la funzione questo fatto è ancora vivo , il motivo è da ricercarsi nella straordinaria qualità della forma4 . In questa visione rossiana, il tempo si definisce come un parametro di estrema importanza per comprendere i fatti urbani e la loro trasformazione.

Le aree industriali dismesse rappresentano un enorme potenziale per le città di oggi. Tralasciando in questa sede i problemi relativi all’inquinamento, che dovrà essere trattato da esperti in altri contesti di indagine, dove non si è affermata nessuna nuova funzione in sostituzione della precedente la conseguenza della cessazione delle attività industriali si riscontra oggi nella presenza di edifici dismessi, i quali possono vantare un appeal maggiore in seguito al loro abbandono e un riconoscimento più marcato del valore storico delle preesistenze; dal punto di vista architettonico queste aree si dimostrano, per organizzazione spaziale generata dalla quasi sempre presente monumentalità degli spazi, delle occasioni architettoniche di notevole interesse5 . Ampliando per un attimo l’angolo di osservazione arrivando a considerare contesti più vasti al di fuori della città, l’importanza di ri-costruire per addizioni a partire da quello che già abbiamo, insieme al valore aggiunto dato dal posizionamento di alcune aree industriali dismesse nel territorio, può essere il presupposto per la costruzione di un’irripetibile occasione di riscatto territoriale : è emblematico a tal proposito il caso riguardante le miniere presenti in Sardegna.

Quando si parla di attività mineraria in Sardegna, si fa riferimento ad un fenomeno industriale di rilevanza regionale; nonostante questa corretta osservazione, è necessario chiarire come l’area del Sulcis Iglesiente sia stata però quella più interessata e coinvolta nel processo di trasformazione ambientale, territoriale e sociale che ha coinvolto il territorio sardo.

Italcementi

 Nell’epoca a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, l’esperienza mineraria è stata l’attività industriale più significativa che si è affermata nell’isola sia in termini economici, sia in termini sociali. Quando per semplificare le cose oggi si utilizza il termine “miniera”, in realtà si parla di tutto quello che dell’attività mineraria è rimasto, in altre parole dell’archeologia mineraria: ai pozzi e alle gallerie sotterranee, che fanno pensare ad un mondo nascosto e latente, corrispondono in superficie villaggi simili per dimensioni e organizzazione a veri e propri paesi, che sono tutt’ora collegati tra loro da un sistema di infrastrutture formato da mulattiere, piccoli ponti, tracciati ferroviari, e che hanno contribuito alla formalizzazione di un nuovo paesaggio differente da quello presente fino ad allora, un tipo di paesaggio che è stato definito, per caratteristiche intrinseche proprie, minerario.

L’attenzione che questo tipo di siti industriali dismessi riveste oggi spinge da un lato a una giusta e doverosa memoria, non solamente limitandosi a preservare i documenti che sono pervenuti fino a noi, ma dall’altro alla possibilità di instaurare nuove e più attuali funzioni che siano in grado di rivitalizzare aree che si rivelano disorganizzate e, nella quasi totalità dei casi, abbandonate. La storia di questi luoghi, la cui vocazione mineraria proviene dall’antichità, ha subìto una svolta quando le società minerarie del centro Europa volsero il loro sguardo verso queste terre al fine di attivare importanti attività estrattive; l’inizio delle attività si è tradotto in una modifica del territorio sardo, dettato sostanzialmente da attenzioni economiche e non da logiche spaziali e sociali derivanti dal retaggio culturale del luogo.

Per più di mezzo secolo, dagli anni settanta dell’Ottocento sino agli anni cinquanta del Novecento, l’attività mineraria portò lavoro nell’isola, ma a partire dagli anni sessanta del secolo scorso le società minerarie abbandonarono progressivamente quella stessa zona che significò per tanto tempo un guadagno sicuro. Ad oggi, la situazione economica dell’area è desolante e l’inquinamento dei suoli e delle acque è da considerarsi come una pesante e disastrosa eredità. Le caratteristiche peculiari di queste aree però rappresentano realmente le premesse per un’opportunità di rilancio: si può fare riferimento ad esempio al vastissimo patrimonio di archeologia mineraria presente, rappresentato come detto da interi villaggi abbandonati, infrastrutture dismesse ed elementi che hanno acquisito una forte valenza territoriale e paesaggistica, alla presenza di aree a forte interesse geologico, alla presente diversità endemica, al rapporto paesaggio-archeologia , alle infinite possibilità di ricerca che potrebbero svilupparsi immediatamente come risanamento e rimedio nei confronti delle sciagure lasciate dal sistema miniera : sono questi i punti chiave sui quali puntare, per far sì che la popolazione locale, risolti quei problemi di isolamento dettato dalla mancanza di una reale ricucitura tra situazioni territoriali divenute nel tempo estremamente distanti tra loro, possa riappropriarsi dei luoghi che, anche per motivi storici, gli appartengono6 .

Veduta del villaggio abbandonato di Acquaresi – ottobre 2014

Veduta del villaggio abbandonato di Acquaresi – ottobre 2014

In altre parole, in casi come quello dell’ambiente minerario del Sulcis Iglesiente, il riuso e la riqualificazione delle aree industriali, a seconda del contesto di inserimento, potrebbero innescare un fenomeno di rigenerazione di vario tipo: non solo architettonico, non solo urbano, ma anche paesaggistico ed economico dei luoghi abbandonati. La pratica del riuso pertanto si configura come un’operazione complessa ma necessaria, da intendersi come trait-d’union tra la conservazione e l’innovazione. Le strutture industriali dismesse di queste aree sono diventate elementi forti e distintivi sia della trama urbana, sia del territorio, potenzialmente e posizionalmente fondamentali; l’organizzazione spaziale e formale di queste strutture inoltre rende interessante l’inserimento di nuove funzioni, che necessariamente dovranno soddisfare i mutati bisogni della gente.

La rigenerazione urbana e paesaggistica, pertanto, è bene che avvenga a partire da quello che la città e il territorio possiedono e non manifestano, da quei punti latenti ma che vantano le giuste qualità che spesso abbiamo ignorato.

 Matteo Fusaro

NOTE

1 “L’acquedotto è stato costruito per portare acqua, ma bisogna porsi una domanda: come mai, quando certe strutture perdono la loro funzione, l’uomo non le distrugge? E’ avvenuto così per acquedotti, ponti, altre costruzioni. Vuol dire che dentro certe strutture c’è qualche cosa di cui l’uomo ha bisogno anche se esse non servono più allo scopo per cui sono state create. Nel momento in cui l’acquedotto ha cessato di portare l’acqua, l’unica cosa che vive ancora in lui è l’architettura. Quindi è solo attraverso la non-funzione che si possono meglio scoprire le vere qualità dell’architettura». ANASTASIO C., “L’architettura deve fare resistenza contro la società”, in “La Sicilia”, 5 luglio 2011, p.21.

2 Sempre Luigi Snozzi afferma: “Oggi in un mondo fortemente connotato dal consumo, il termine architettura sostenibile, usato e abusato frequentemente, è secondo me un puro fatto di moda”. LINTAS E., Luigi Snozzi. Parole sull’Architettura. In sezione, Gruppo Architetture di Carta-IUAV, Venezia, 2007.

3 SCALAS S., “Conservazione e riuso a supporto della sostenibilità”, in Progetto, ricerca, didattica. L’esperienza decennale di una nuova Scuola di Architettura. Franco Angeli, Milano, 2014.

4 ROSSI A., L’architettura della città, CittàStudi Edizioni, Torino, 1995.

5 Gli esempi che possono essere presentati a tal proposito sono numerosi, a conferma del fatto che questo modo di vedere le preesistenze si è ormai affermato non solo a livello didattico e accademico, ma anche a livello pratico, in virtù del romanzato concetto di sostenibilità già espresso precedentemente e, come afferma Sabrina Scalas, in relazione ad un rigore non solo ambientale ma anche economico. A tal proposito magistrali sono gli interventi di uno dei più grandi nomi dell’Architettura contemporanea, Eduardo Souto de Moura, nel quale l’imprinting orientato al riuso e alla sensibilità nei confronti delle rovine e delle testimonianze storiche è parte fondamentale per la comprensione di gran parte del suo lavoro. Anche Souto, come moltissimi altri, si è cimentato con delle preesistenze di matrice industriale: il riferimento è alla riconversione di un deposito di carbone in uffici, e alla trasformazione eseguita sulla Galleria Sito Cultural nell’area industriale della città di Oporto. Con più di qualche riserva, senza entrare nei meriti dei singoli progetti, è possibile citare Rem Koolhaas e il suo progetto per la Fondazione Prada, definita la “periferia d’oro”, nata dalle strutture di una distilleria abbandonata di Milano, e gli architetti svizzeri Herzog e De Meuron, che lavorando con una vecchia centrale elettrica e con una centrale termoelettrica, hanno realizzato gli spazi espositivi per ospitare rispettivamente la Galleria di Arte Moderna di Madrid, targata CaixaForum, e la Tate Modern a Bankside.

6 FUSARO, M., Conservare i paesaggi minerari. Un Giardino nella valle di Acquaresi, tesi di laurea, Università degli Studi di Sassari, Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica, A.A. 2015/2016, relatore Prof. Bruno Billeci.

BIBLIOGRAFIA

ANASTASIO C., “L’architettura deve fare resistenza contro la società” , in “La Sicilia”, 5 luglio 2011, p.21.

LINTAS E., Luigi Snozzi. Parole sull’Architettura. In sezione , Gruppo Architetture di Carta-IUAV, Venezia, 2007.

SCALAS S., “Conservazione e riuso a supporto della sostenibilità”, in Progetto, ricerca, didattica. L’esperienza decennale di una nuova Scuola di Architettura, Franco Angeli, Milano, 2014.

FUSARO, M., Conservare i paesaggi minerari. Un Giardino nella valle di Acquaresi, tesi di laurea, Università degli Studi di Sassari, Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica, A.A. 2015/2016, relatore Prof. Bruno Billeci.

ROSSI A., L’architettura della città , CittàStudi Edizioni, Torino, 1995.