Negli ultimi quindici anni, in coincidenza di una maggiore attenzione ai principi ecologisti, si sono diffuse nel panorama internazionale numerose sperimentazioni mirate al recupero e riuso di spazi urbani residuali.

Con il termine residuo si intende fare riferimento diretto a “ciò che resta” tra le trame della città post-industriale in seguito alle trasformazioni economiche e politiche che ne hanno caratterizzato l’evoluzione: spazi di differente scala, dalle grandi aree dismesse, alle zone urbane centrali o ai margini del tessuto urbano in espansione, fino agli edifici in disuso come i negozi sfitti che, in un momento storico caratterizzato dal difficile accesso alle risorse energetiche ed economiche, assumono un’importanza rilevante per la collettività. Questi spazi “indecisi” vengono in questa sede definiti Spazi Terzi.

Il concetto di “terzo” è per natura problematico, poiché si svincola da un dialogo tra parti generalmente definite e circoscritte; spesso è considerato una sintesi del primo e del secondo termine o, in altri casi, si presenta come una posizione distante dalle prime due; l’accezione che viene assunta in questo lavoro riguarda “una situazione che non è più o non è ancora quella di riferimento”, ma che tuttavia esiste, e in quanto tale è degna di esplorazione. In questo caso, si può affermare che un locale in disuso, che ha concluso la sua attività, è stato qualcosa di definito, e attualmente non lo è più, ma riveste comunque un interesse in quanto risorsa potenzialmente utile.

Il carattere “terzo” di determinati spazi urbani suggerisce quindi il superamento di una dicotomia netta tra luoghi urbani caratterizzati da un buon livello di qualità della vita in termini di efficienza di servizi e in cui vige l’esercizio dei diritti democratici di cittadinanza, e contesti altri nei quali non si registrano degli standard positivi di benessere, e che nel peggiore dei casi persistono in uno stato di disagio. Ciò che questa contrapposizione non coglie è l’esistenza, tra gli spazi urbani che “funzionano” e quelli che “non funzionano”, di una spazialità la cui natura residuale è definita dall’assenza stessa di funzione. Alcuni di questi sono connotati in maniera nettamente negativa: uno spazio residuale è il terreno privilegiato su cui fioriscono processi di ghettizzazione e degrado che investono le fasce sociali più deboli, o, ipotesi non meno preoccupante, fenomeni di speculazione immobiliare. Ma, la condizione di “attesa”, di sospensione in cui si trovano alcuni ambienti urbani, li rende un potenziale bacino di risorse disponibili per la collettività. Essi possono rappresentare una valida risposta alla domanda di spazi da riservare ad attività fondamentali per la vita dei cittadini, come il lavoro e lo studio, o da dedicare all’ambito socio-culturale, ponendosi come alternativi all’idea di una mera espansione (o crescita) urbana di tipo quantitativo.

Coworking all’interno del mercato di San Fernando.  Fonte: goo.gl/tg87fo

Coworking all’interno del mercato di San Fernando.
Fonte: goo.gl/tg87fo

Ecco che, nei luoghi in cui convergono le energie più creative, un collettivo di giovani professionisti trasforma un vecchio mercato cittadino in uno spazio di lavoro in forma di co-working, le luci di un’installazione artistica illuminano le vetrine di un’ex-macelleria, le serrande dei negozi sfitti si sollevano di nuovo per ospitare nuovi usi e funzioni, nuovi progetti. Qualcosa sta accadendo.

La città si anima di un forte impulso gestionale “dal basso”: è la comunità stessa che, insoddisfatta dell’approccio del governo, esercita una forma di reazione reinventando nuove forme del paesaggio urbano attraverso iniziative che si sono rivelate di qualità, talvolta svincolate da un percorso regolamentato o istituzionalizzato, nel migliore dei casi assistite da un’amministrazione illuminata e lungimirante.

Questi luoghi residuali rappresentano un terreno per la costruzione di una coscienza spaziale condivisa dagli attori che con questi si relazionano attraverso un approccio informale, rivendicando una maggiore partecipazione al controllo della produzione sociale dell’espace vécu. È possibile, dunque, ipotizzare all’interno della dimensione degli spazi terzi, l’esistenza di “Soggetti Terzi” che con questi interagiscono.

Evidentemente, il termine “terzo”, in questo caso si riferisce ad una categoria emergente, variegata e non coordinata, che si distingue dalle forze a cui tradizionalmente compete la gestione degli spazi urbani (categorie di pubblico-privato, Stato-mercato): si tratta di attori che sembrano sottrarsi, nelle pratiche di cui si fanno promotori, alla subordinazione cui li relega la volontà istituzionale, e che assumono una posizione alternativa alla semplice contrapposizione tra governance e cittadinanza subordinata. Queste energie sociali, seppur non riunite capillarmente in un movimento organico, percepiscono l’esistenza di uno stato di necessità condiviso anche a distanza, replicano idee e progetti attraverso i più rapidi mezzi di informazione e comunicazione, che permettono l’accesso diretto a iniziative, slanci verso l’azione, conseguenze di disagi condivisi. Cosa li accomuna? L’ esigenza di una gestione urbana più democratica.

Da queste pratiche magmatiche di riutilizzo di spazi marginali scaturiscono veri e propri Beni comuni urbani contraddistinti dalla spontaneità della loro produzione e segnati dal marchio della collettività che li ha generati e di cui riflettono istanze e rivendicazioni. Essi denotano inoltre una inaggirabile carica spaziale in cui trova espressione il radicamento in un dato milieu, quello urbano. Queste pratiche mettono capo ad un processo di mutazione qualitativa degli spazi su cui intervengono: questi, da residuali, subordinati e in abbandono, diventano vissuti, assumendo un ruolo centrale e strategico all’interno del sistema urbano.

L’analisi del fenomeno induce a una riflessione parallela sull’idea di giustizia applicata alla città e sul significato di resilienza urbana, pone degli interrogativi sul ruolo dei nuovi attori implicati nei processi di dinamizzazione degli spazi di vita, su come la disciplina Urbanistica potrebbe interagire con le energie sociali che muovono queste iniziative e cosa da esse può apprendere. Soprattutto, sono proprio i residui della città che offrono la privilegiata possibilità di osservare i mutamenti latenti che trasformano radicalmente le relazioni simboliche e materiali tra l’uomo e il suo territorio e, allo stesso tempo, si propongono come occasione per ripensare e rifondare le implicazioni etiche dell’abitare.

Giulia Cubadda

BIBLIOGRAFIA

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Nota a margine: I contenuti sopra esposti sono stati trattati e ampliati nell’articolo “Beni comuni urbani e pratiche spontanee di riutilizzo di spazi terzi: riflessioni a margine di alcuni casi empirici”, scritto in collaborazione con il professor Marcello Tanca, in corso di stampa presso Società di Studi Geografici. In Aa.Vv. Commons/Comune: geografie, luoghi, spazi, città. Società di studi geografici. Memorie geografiche, nuova serie, 2016, Vol. 14. Isbn: 978-88-908926-2-2.

Giulia Cubadda Si laurea in Pianificazione e Politiche per la Città, l’Ambiente e il Paesaggio nella Facoltà di Architettura di Alghero. Durante il percorso accademico multidisciplinare svolge esperienze di studio e formazione in Francia, Germania e Spagna presso l’ Universitat Autonoma de Barcelona e l’ Observatori de la Urbanizació. Da gennaio 2016 collabora con Criteria S.r.l. Principali ambiti di intervento e ricerca: progettazione partecipata, riuso di spazi marginali, processi di evoluzione del tessuto urbano e rurale.